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L’incremento demografico delle zone povere sarà sempre più pericoloso per gli equilibri mondiali

Il rapporto diffuso dall’UNICEF in occasione della giornata mondiale dell’infanzia, presenta dati preoccupanti circa l’incremento demografico generale, su quello del continente africano e su quello dell’infanzia nelle zone povere. Le previsioni dicono che nel 2025 le nascite saranno concentrate, per un terzo del totale, in Africa, dove vi sarà un dato analogo relativamente alle persone con meno di diciotto anni. Questi valori presentano un brusco cambiamento nella serie storica dei dati statistici, che contavano appena un bambino su dieci nato in Africa, su quelli nati nel mondo nel 1950. All’interno del dato di previsione, che evidenzia in maniera sostanziale i cambiamenti e le tendenze demografiche future, è compreso il fatto che i decessi dei bambini sotto i cinque anni saranno concentrati nell’Africa subsahariana. Il totale della popolazione, nel 2025, avrà un incremento di un miliardo di persone, passando dall’attuale totale di sette miliardi ad otto miliardi di abitanti, dove un miliardo sarà composto da bambini, di cui il 90% collocato nelle regioni meno sviluppate. La scomposizione dei nati da ora al 2025, valutati in due miliardi di individui, avrà la maggiore concentrazione, circa un quarto, nei 49 paesi classificati come sottosviluppati, mentre 860 milioni di persone nasceranno in nazioni già molto popolose, ma con buone prospettive di crescita come: Cina, India, Indonesia, Pakistan e Nigeria. Proprio la Nigeria dovrebbe registrare l’aumento più consistente, annoverando 31 milioni di persone sotto i 18 anni, con, però, il dato previsionale di un decesso di una persona su otto in questa fascia di età. Da qui al 2025 mancano ancora poco più di dodici anni, su questa previsione, che proviene da un ente altamente attendibile, si può ancora incidere, lavorando per cambiare dati che rischiano fortemente di compromettere equilibri mondiali molto labili. Un incremento così forte in stati poverissimi, si può contrastare con politiche demografiche, che siano tese alla riduzione della natalità, associate ad investimenti che permettano una sussistenza autonoma di partenza, che debba poi evolversi in economie di tipo più maturo. L’alternativa è fornire uomini, come merci, al mercato dell’emigrazione illegale, destinata ad assumere proporzioni di esodo biblico, di cui si sono già avuti esempi sostanziali con le recenti carestie, avvenute nella regione del Corno d’Africa. Strettamente connesso con questo fenomeno vi sarà l’aumento dell’influenza dell’estremismo islamico, che avrà facile terreno di coltura, in una situazione esplosiva, dove sarà facile addebitare, come in parte è vero, la mancanza di cibo ai paesi occidentali. Non esistono quindi, soltanto ragioni umanitarie, che dovrebbero comunque essere quelle più rilevanti, per cercare di cambiare queste previsioni, sono presenti anche ragioni di chiara opportunità politica ed economica, che richiedono una pronta risposta sia in sede sovranazionale che presso i singoli stati più ricchi. Le pesanti carestie avvenute recentemente non hanno saputo fornire risposte che andassero aldilà della pura emergenza: forniture di generi alimentari in grado di mitigare temporaneamente il bisogno immediato di cibo. Non vi è stato, viceversa, o vi è stato in maniera non incisiva perchè limitata ad alcuni progetti pilota, una azione organica di lungo periodo capace di dare il via alla soluzione definitiva del problema alimentare nelle zone più sottosviluppate. Non che questa operazione sia facile, ci si muove in una zona che non ha ricchezze naturali tali da richiamare investitori in grado di contribuire alla cronica mancanza di infrastrutture, inoltre la sicurezza è un aspetto, purtroppo molto aleatorio, per la presenza di bande criminali e gruppi estremisti, che sono in grado di ostacolare, spesso con la scusa della religione, l’intervento delle associazioni umanitarie. Occorre quindi una presenza militare capace di pacificare le zone di intervento, come atto preventivo di una eventuale azione di intervento infrastrutturale. La necessità di costruire canali di irrigazione e strade è il primo passo da compiere per potere aspirare ad una autosufficienza economica, che possa scongiurare, almeno in parte, le fosche previsioni del rapporto UNICEF. Pur in tempi di crisi economica così grave per i paesi ricchi, i loro governi devono trovare le risorse da investire affinchè la mortalità infantile, ed in generale per fame sia combattuta, nel contempo le istituzioni sovranazionali come l’ONU devono aumentare il loro impegno al di fuori dell’emergenza, proprio per evitare ulteriori emergenze, altrimenti la polarizzazione nord-sud del pianeta è destinata ad aggravarsi con risultati allarmanti sia per la geopolitica, che per la sicurezza e per l’economia.



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